C'è questa foto, di te con F., scattata sotto casa tua. Riconosco il palazzo d'epoca, che -non è casa mia ma di mia nonna- dicevi, e riconosco anche il tram che fugge dietro voi.
Lo so, che non è colpa tua, che le cose vanno così, che era un mondo diverso. Ma era un mondo bellissimo. No, non sei mai stato ingenuo, dolce: sei sempre stato un mostro. Solo che in quel momento non potevi permetterti di mostrarti, non ancora. Poi ti hanno dato potere, e quanto avresti potuto fare cose buone. Invece il mostro è diventato invincibile e le cose buone non le hai fatte, anzi, cosa ti hanno chiesto in cambio? Il tuo viso non nasconde un patto ormai scaduto. Mi dispiace. Io di te ricordo ogni dettaglio: la tua voce e la pronuncia, come ti cadevano addosso i vestiti sulla tua magrezza, le tue dita sottili, il tuo inseparabile orologio. Ma soprattutto penso a te quando ho un problema con le tapparelle: ne avevi una bloccata, quella della tua camera, e chissà perché non la facevi sistemare. Adesso, che ovunque vada ne incastro o ne rompo una, mi fai sorridere: tu la bloccavi alzata usando dei libri. Deve essere una della tue tante maledizioni di cui non mi libererò mai. Ma in verità, chi mai vorrebbe essere libera dal tuo ricordo?